Quando il prezzo diventa una fake news

C’è una convinzione sempre più diffusa: se un alimento costa poco, il suo prezzo nasconde inevitabilmente una qualche forma di inganno o carenza. Se invece costa molto, tendiamo ad attribuirgli automaticamente maggiore qualità, maggiore etica, maggiore sostenibilità. È una scorciatoia mentale comprensibile, ma resta una scorciatoia. Nel caso delle carni avicole questa semplificazione produce spesso una distorsione che finisce per trasformarsi in una vera e propria fake news che si manifesta con l’idea che il costo contenuto del pollo sia la prova di un sistema intrinsecamente sbagliato, malato, … In realtà quel prezzo dipende da molti fattori e la capacità di un animale di convertire il mangime in carne è uno di questi.

Il pollo è, da decenni, una delle specie più efficienti dal punto di vista biologico. Consuma meno mangime rispetto ad altre produzioni animali, richiede meno acqua, meno spazio e tempi di allevamento più brevi. Non è una degenerazione recente del sistema, ma una caratteristica che la ricerca genetica, la nutrizione e la gestione degli allevamenti hanno progressivamente migliorato.

Ridurre tutto a una presunta “macchina da carne” significa ignorare un elemento fondamentale: l’efficienza produttiva non è automaticamente sinonimo di maltrattamento.

La stessa logica, se applicata ad altri settori, porterebbe a conclusioni paradossali. Nessuno sostiene che un’automobile moderna sia necessariamente peggiore di una degli anni Sessanta solo perché viene costruita in meno tempo e con meno costi. L’innovazione aumenta l’efficienza. Talvolta lo fa anche in agricoltura. Questo non significa che negli allevamenti non esistano problemi, criticità o aspetti migliorabili. Esistono e devono essere affrontati con rigore. Ma una critica fondata richiede dati, non suggestioni.

Un esempio interessante riguarda alcune condizioni muscolari spesso citate nel dibattito pubblico, come white striping, wooden breast o spaghetti meat. La loro semplice presenza viene frequentemente utilizzata come prova di una carne “artificiale”, “malata” o addirittura “pericolosa”. Eppure la letteratura scientifica le descrive come alterazioni della qualità del muscolo che possono incidere sulle caratteristiche tecniche o sensoriali della carne, non come un rischio per la sicurezza alimentare del consumatore. E il passaggio dalla realtà alla fake news avviene proprio qui.

Un fatto reale viene estrapolato dal suo contesto. Un fenomeno tecnico diventa uno scandalo. Una criticità circoscritta viene presentata come caratteristica universale. Alla fine il lettore non riceve informazioni, ma un racconto emotivo. Anche l’espressione (che trovo spesso nelle critiche al settore) secondo cui il pollo viene macellato quando è “ancora un pulcinotto” appartiene più alla sfera narrativa che a quella informativa. È una frase costruita per evocare una reazione emotiva. Tecnicamente un pollo da carne viene allevato fino al raggiungimento del peso previsto dal ciclo produttivo. Definirlo “pulcinotto” non aggiunge un dato utile alla comprensione del processo. Serve soprattutto a orientare il giudizio.

Le fake news moderne raramente nascono solo da una bugia, ma più spesso dall’accostamento di fatti veri e conclusioni arbitrarie. Il prezzo contenuto del pollo viene quindi interpretato come prova di scarsa qualità. La crescita rapida diventa automaticamente sinonimo di sofferenza. L’efficienza produttiva viene trasformata in colpa… e il consumatore viene spinto verso una conclusione già scritta.

Sarebbe più corretto chiedersi non perché il pollo costi poco, ma se siamo ancora capaci di distinguere tra un problema reale e una narrazione costruita per apparire plausibile. Un dibattito serio sull’alimentazione dovrebbe partire dai fatti, non dalle impressioni e soprattutto non dovrebbe confondere ciò che suscita emozione con ciò che dimostra una tesi.

Molti articoli critici sull’avicoltura non sono falsi perché contengono dati inventati. Sono invece più insidiosi perché partono da fatti reali e li dispongono in una sequenza che conduce il lettore verso una conclusione già decisa. La forza della narrazione non deriva da ciò che viene detto, ma da ciò che viene lasciato fuori.

Il problema è più spesso l’effetto cumulativo di diversi aspetti. Per cui il prezzo basso diventa un sospetto, la crescita efficiente descritta come anomalia, la selezione genetica presentata come una forzatura, le alterazioni muscolari descritte come una degenerazione del sistema, la macellazione “giovane” diventa un giudizio morale implicito… alla fine il lettore arriva alla conclusione che il pollo costa poco perché qualcuno, da qualche parte, sta necessariamente pagando il conto. Peccato che questa conclusione non venga mai dimostrata, ma solo suggerita.

Su certi temi si può discutere all’infinito. Ma il terreno su cui sto lavorando da tempo è quello di mostrare come funziona il processo di costruzione della percezione pubblica. La fake news contemporanea raramente è una totale bugia, ma un racconto sbilanciato.

Per decenni l’umanità ha perseguito un obiettivo molto preciso: produrre cibo sicuro, abbondante e accessibile. Quando l’obiettivo è stato in larga misura raggiunto, almeno nei Paesi occidentali, una parte del dibattito ha iniziato a rileggere quel successo come se fosse una colpa. L’efficienza, che per anni era stata considerata una conquista scientifica è diventata improvvisamente un indizio di sospetta artificialità. Una dinamica culturale ancora prima che alimentare.

Il punto non è se il pollo debba essere assolto o condannato, ma piuttosto come nascano certe convinzioni collettive. Svilupperò questo argomento in un prossimo articolo.

 

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Autore: Nbs