Allevate all’aperto: spieghiamo cosa significa

Negli ultimi anni l’espressione “allevato all’aperto” è diventata uno dei principali elementi utilizzati per descrivere alcune produzioni avicole e uno degli aspetti maggiormente apprezzati da molti consumatori.

Non è difficile comprenderne il motivo. L’idea di animali che hanno accesso ad aree esterne richiama immediatamente immagini di naturalità, libertà e benessere.

La domanda che però mi pongo è un’altra:

I consumatori sanno davvero cosa significa “allevato all’aperto”?

Perché è possibile che una delle espressioni più utilizzate nella comunicazione agroalimentare sia anche una delle più interpretate in modo personale.

Una parola che ognuno interpreta a modo proprio

Quando una persona legge “pollo allevato all’aperto”, spesso immagina animali che vivono costantemente nei prati, immersi nella natura e lontani da qualsiasi organizzazione produttiva. La realtà è più articolata.

Quando si parla di allevamento all’aperto si fa riferimento a sistemi disciplinati da regole precise, che prevedono per gli animali l’accesso ad aree esterne recintate e controllate. Gli animali possono usufruire degli spazi all’aperto durante il ciclo di allevamento, ma sempre all’interno di un sistema organizzato, monitorato e sottoposto a rigorose prescrizioni sanitarie. Va inoltre ricordato che la possibilità di accesso agli spazi esterni non implica che tutti gli animali li utilizzino nello stesso modo o con la stessa frequenza.

Non siamo quindi di fronte ad animali selvatici o lasciati a sé stessi. Siamo di fronte a una modalità di allevamento diversa rispetto ad altre presenti nel settore. Diversa, però, non significa automaticamente migliore sotto ogni aspetto. Il vero problema non è l’allevamento all’aperto. Il problema nasce quando una caratteristica tecnica viene trasformata in uno slogan capace di evocare molto più di quanto realmente spieghi.

“All’aperto” descrive una modalità di allevamento, non una certificazione morale, né una garanzia automatica di superiorità rispetto ad altre soluzioni produttive.

Una comunicazione davvero trasparente dovrebbe aiutare i consumatori a comprendere non solo i vantaggi associati a questa scelta, ma anche le complessità gestionali, sanitarie e organizzative che essa comporta. La fiducia, infatti, non nasce da parole che rassicurano, ma da spiegazioni che aiutano a capire. E una filiera che crede nella qualità del proprio lavoro non dovrebbe limitarsi a raccontare ciò che piace sentire, ma anche ciò che è utile conoscere.

Approfondimento

Biosicurezza, influenza aviaria e allevamento all’aperto: ciò che il consumatore dovrebbe sapere

Se “all’aperto” è una caratteristica produttiva, è corretto spiegare anche quali responsabilità e quali attenzioni essa comporta. Quando si parla di allevamento all’aperto si parla inevitabilmente anche di biosicurezza, cioè dell’insieme delle misure adottate per prevenire l’ingresso e la diffusione di malattie negli allevamenti avicoli.

Non è un dettaglio tecnico. È uno dei pilastri che consentono oggi di produrre alimenti sicuri e di proteggere il patrimonio zootecnico. L’influenza aviaria è una malattia virale altamente contagiosa che colpisce il pollame e gli uccelli selvatici. Secondo l’EFSA, il ruolo degli uccelli acquatici e della fauna selvatica nella diffusione del virus rappresenta uno degli elementi centrali delle strategie europee di prevenzione.

Per questo motivo le campagne europee dedicate alla prevenzione dell’aviaria insistono su alcuni aspetti fondamentali:

  • limitare il contatto tra pollame e uccelli selvatici;
  • controllare gli accessi agli allevamenti;
  • applicare rigorose procedure di pulizia e disinfezione;
  • monitorare precocemente eventuali segni di malattia.

Le stesse autorità sanitarie ricordano che molte infezioni negli allevamenti derivano dal contatto diretto o indiretto con la fauna selvatica e che proprio per questo le misure di biosicurezza sono diventate sempre più importanti negli ultimi anni.

Questo significa che l’allevamento all’aperto debba essere considerato negativo? No.

Significa però che esiste un equilibrio delicato tra benessere animale, esigenze produttive, aspettative dei consumatori e gestione del rischio sanitario. Un equilibrio che meriterebbe di essere spiegato più spesso.

Perché un consumatore informato non dovrebbe sapere soltanto che un pollo ha accesso agli spazi esterni. Dovrebbe sapere anche quale impegno richiede agli allevatori garantire che quell’accesso avvenga senza compromettere la salute degli animali e la sicurezza dell’intera filiera.

Conclusioni e collegamenti di approfondimento

Il vero problema non è l’allevamento all’aperto. Il vero problema nasce quando una definizione tecnica viene caricata di significati che vanno oltre ciò che realmente descrive. “All’aperto” non dovrebbe diventare uno slogan. Dovrebbe rimanere ciò che è: la descrizione di una caratteristica produttiva.

Solo quando ai consumatori verranno spiegati con la stessa chiarezza i vantaggi, i limiti, le responsabilità e le complessità che questa scelta comporta, potremo parlare davvero di trasparenza. E una filiera che ha fiducia nella qualità del proprio lavoro non dovrebbe temere questa trasparenza.

Dovrebbe essere la prima a promuoverla.

Una precisazione utile che riguarda le uova “da galline allevate a terra”

Anche l’espressione “allevate a terra” può generare equivoci. Quando sulle confezioni di uova si legge “da galline allevate a terra”, ciò non significa che le galline vivano all’aperto. Significa invece che sono allevate all’interno di un capannone, libere di muoversi sul pavimento e di utilizzare posatoi e nidi, senza essere ospitate in gabbie. Le uova deposte da galline con accesso anche a spazi esterni sono invece identificate come “uova da allevamento all’aperto”. Si tratta quindi di due sistemi diversi, che è utile distinguere per comprendere correttamente le informazioni riportate in etichetta. Distinguere questi termini non serve a stabilire graduatorie morali, ma semplicemente a capire cosa stiamo realmente acquistando.

Reagisci
Autore: Nbs