Quando il successo si trasforma in sospetto

Ci sono fenomeni curiosi che raccontano molto del nostro tempo. Il settore avicolo e i commenti che genera sono un fulgido esempio di come una conquista della ricerca possa diventare causa di un dibattito che dimentica “da dove siamo partiti”.

Per decenni la ricerca agricola, la zootecnia, la nutrizione animale, la veterinaria e la tecnologia alimentare hanno lavorato per raggiungere obiettivi considerati fondamentali: produrre più cibo, renderlo sicuro, accessibile e disponibile per tutti.

Oggi, almeno nei Paesi occidentali, questi obiettivi sono stati raggiunti in misura tale da apparire quasi normali. Gli scaffali sono pieni, il cibo è abbondante, le crisi alimentari che avevano segnato il passato sono lontane dalla memoria collettiva… ed è proprio qui che si verifica un paradosso.

Quando un problema viene risolto con successo, tendiamo a dimenticarne l’esistenza… e quando dimentichiamo il problema, iniziamo a guardare con sospetto la soluzione… che è quanto accade sempre più spesso nel dibattito sull’alimentazione (nel nostro caso quella generata dal comparto avicolo). L’efficienza agricola non viene più percepita come una conquista, ma un indizio. La produttività non è più vissuta come il risultato di ricerca e innovazione, ma come la prova della presunta artificialità del sistema. Il prezzo accessibile non è più viso come un vantaggio, perché diventa un sospetto che tende ad affermare una convinzione implicita, ma molto diffusa, che “se qualcosa costa poco, deve esserci necessariamente una ragione negativa nascosta”.

Eppure la storia dell’umanità racconta esattamente il contrario. Per secoli il problema non è stato il cibo troppo economico, ma il cibo troppo scarso. Le generazioni che ci hanno preceduto avrebbero probabilmente considerato un successo straordinario quello di poter nutrire milioni di persone con alimenti sicuri, controllati e relativamente accessibili. Oggi, invece, osserviamo una sorta di rovesciamento culturale. Le stesse caratteristiche che un tempo rappresentavano un progresso vengono spesso reinterpretate come segnali di allarme. E allora torno a sottolineare un elenco di narrazioni che alterano il senso di un fatto: se una produzione è efficiente, viene considerata sospetta; se un animale converte bene il mangime, si presume che sia stato “forzato”; se una coltura produce di più, si immagina che abbia perso qualcosa in “autenticità”; se un alimento è accessibile a tutti, qualcuno conclude che non possa essere anche di qualità…

Naturalmente questo non significa che ciò che è efficiente sia automaticamente buono o che vadano ignorati i problemi ambientali, etici o sociali che esistono e che meritano di essere affrontati con trasparenza e onestà. Tuttavia deve essere riconosciuto che esiste un meccanismo mentale che si sta diffondendo nel dibattito pubblico con la tendenza a trasformare ogni successo tecnologico in una specie di colpa da giustificare.

Si tratta di un fenomeno che riguarda soprattutto il cibo perché il cibo parla alle nostre emozioni. Mangiare non è infatti soltanto un atto nutrizionale, ma anche identità, cultura, memoria, valori… motivo per cui le narrazioni emotive in questo ambito trovano terreno fertile.

Un dato tecnico difficilmente suscita interesse. Un racconto che contrappone natura e industria, autenticità e profitto, innocenza e sfruttamento … cattura immediatamente l’attenzione, con la conseguenza che molte persone finiscono per costruire la propria opinione non sulla base delle informazioni disponibili, ma sulla base delle emozioni che quelle informazioni riescono a evocare creando suggestioni artefatte.

È in questo passaggio che nascono molte fake news moderne. Non necessariamente da una menzogna, ma più spesso (come ho già scritto molte volte in questo blog) da una selezione accurata dei fatti, mettendo in atto un processo guidato verso un destino prestabilito: si racconta ciò che conferma una tesi e si tace su ciò che la renderebbe più complessa; si evidenziano le criticità e si ignorano i miglioramenti; si amplificano le eccezioni e le si trasforma in regole… In questo modo alla fine non si ottiene una fotografia della realtà, ma una narrazione.

E qui, da comunicatore che considera l’etica come architrave di qualunque racconto sincero, devo far rilevare al lettore che (addetto ai lavori o consumatore è indifferente) le narrazioni hanno una forza enorme perché parlano direttamente alle convinzioni delle persone. Le convinzioni.

Il compito di chi fa divulgazione oggi non è stabilire chi abbia ragione in ogni singola controversia, ma un altro e cioè aiutare il lettore a riconoscere la differenza tra un fatto e la sua interpretazione, tra un problema reale e una rappresentazione emotiva del problema, tra un dato e una storia costruita intorno a quel dato.

Un compito sempre più necessario perché una società informata non è quella che non commette errori, ma quella che conserva la capacità di distinguere le prove dalle suggestioni. E in un’epoca in cui il sospetto sembra valere più dell’evidenza, questa capacità potrebbe diventare una delle risorse più preziose che abbiamo, ma che dobbiamo riscoprire per via del fatto che viviamo in un sistema che ci ha disabituato ad esercitare lo spirito critico.

Un tempo la paura era quella di non avere abbastanza cibo. Oggi, paradossalmente, rischiamo di diffidare proprio di quelle innovazioni che hanno contribuito a renderlo disponibile, sicuro e accessibile. Per questo il problema non è soltanto capire come produciamo il cibo. È capire come produciamo le convinzioni che abbiamo sul cibo. La mia frontiera comunicativa non è quella di fare un semplice debunking di una singola fake news, ma spiegare il terreno culturale che rende credibili le fake news. Trovo che chi mi legge lo dovrebbe considerare un livello più profondo e quindi più duraturo.

Come si formano le convinzioni collettive quando la maggior parte delle persone non ha esperienza diretta dei fenomeni di cui parla? Ritengo in sostanza che il valore di questo blog non sia tanto quello di correggere un’informazione sbagliata, perché è in fondo quello che fanno in molti, ma quello di mostrare che tra un fatto e un’opinione esiste quasi sempre un passaggio intermedio, che è la narrazione… cioè “il luogo” dove nascono molte convinzioni dure a morire.

Accade non perché la gente sia ignorante o manipolata, ma perché abbiamo tutti bisogno di storie che rendano il mondo comprensibile. Il problema nasce quando la storia diventa più forte dei fatti che l’hanno generata. Anche nel caso del settore avicolo non basta capire come produciamo il cibo. Dobbiamo capire come produciamo le convinzioni sul cibo e cercare di riportare l’attenzione sulle persone, sui contesti, sulle complessità che le narrazioni dominanti tendono a semplificare o a cancellare.

I miei articoli cercano di allargare il campo visivo di chi legge, spiegando perché certe accuse risultano immediatamente credibili, anche quando i dati raccontano una realtà molto diversa e più articolata.

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Autore: Nbs