Le fake news sono un terremoto di cui il settore avicolo non coglie la magnitudo

Dal 1965 ad oggi l’impatto ambientale, prodotto dagli allevamenti di polli, è diminuito di oltre il 50% in tutto il mondo. E questo nonostante la produzione sia di molto aumentata.

Di pari passo è aumentata anche la salute e il benessere dei polli a dispetto di quanti si sbracciano per dire il contrario.

Quello che si dice è una cosa. Quello che accade è un’altra.

Tutto dipende dalla qualità dell’informazione e quindi dalle fonti da cui arriva…

Perché l’informazione corretta, quando arrivasse (perché purtroppo non arriva come e dove dovrebbe), sarebbe in grado di risolvere molte questioni inerenti riguardanti, per esempio, la reputazione del comparto e le sue sorti future… che non è poco.

Da alcuni anni sto portando avanti in modo autonomo, prima per curiosità e successivamente per principio professionale, un approfondimento sulla verifica dell’attendibilità delle notizie diffuse da associazioni e attivisti che criticano gli allevamenti avicoli protetti.

Quando, da una mia prima mini indagine su quanto veniva diffuso su vari media ho intravisto “forti segnali” di fake (come si usa definire un falso), ho trovato necessario e opportuno non solo approfondire, ma divulgare il risultato dei miei approfondimenti in una forma accessibile dal pubblico che, in quanto consumatore di alimenti, compie scelte in base alle informazioni che riceve e in stretta relazione sulla propria capacità di interpretare i segnali che lo raggiungono.

Con https://moreaboutchicken.com/ e https://nutriamocidibuonsenso.it/ osservo il comparto avicolo e chi lo critica grazie anche alla disponibilità delle tante persone del settore che ci lavorano o ci hanno lavorato, ognuna in ruoli professionali di prestigio e soprattutto autorevoli.

Tramite questi due contenitori promuovo questi temi, per affrontare con motivazioni diverse l’impegno dell’avicoltura di produrre carne e uova.

In generale chi critica il comparto avicolo tende a relazionarsi come un muro di gomma, rifiutando in sostanza confronti e approfondimenti che siano esposti su basi scientifiche dimostrando un approccio fondamentalmente ideologico.

Ho trovato invece diverso l’approccio di chi lavora nel comparto che risulta generalmente aperto pur ancora non preparato/abituato a comunicare nel modo “giusto” i propri contenuti di valore. Ritengo che questo succeda per l’abitudine di considerare le critiche come semplici fuochi di paglia che si spengono in fretta.

Si tratta di una miopia “curabile” che tuttavia viene trascurata rischiando di aggravarsi.

Nel suo complesso l’industria avicola continua a parlare solo al proprio interno, senza considerare seriamente la rilevanza di ciò che sta accadendo e che non sola la riguarda, ma le compete. Convegni, congressi, documenti e manuali abbondano, ma restano a beneficio di chi fa parte della filiera… tranne che per il consumatore.

Gli attivisti anti allevamenti avicoli infatti progettano e diffondono costantemente informazioni oggettivamente ben congegnate, presentate e diffuse nonostante non corrispondano al vero. Visioni e argomentazioni che appaiono verosimili nonostante siano false o basate su aspetti solo emotivi e non scientifici.

Critiche che generano di fatto piccoli terremoti che a poco a poco minano la reputazione del settore, che di fatto (come ogni attività produttiva) dipende solo da un tipo di cliente: il consumatore finale che, non a caso, è considerato il soggetto preferito dalle organizzazioni anti-allevamenti cui far giungere i messaggi denigratori.

È il consumatore infatti quello da cui dipende l’esistenza dell’intera filiera avicola, che è molto articolata e, nel suo complesso, sembra faticare a comprendere che il reale padrone della situazione generale è appunto chi compra la carne e le uova al supermercato.

In poche parole i vari componenti della filiera avicola, distratti ognuno dall’obiettivo di reggere il peso della domanda e dell’offerta, subiscono il limite di non saper controllare il sismografo e di sottovalutare la conseguenza di alcuni assunti popolari come:

  • “Chi tace acconsente”
  • “Se non dicono nulla per difendersi dagli attacchi delle organizzazioni animaliste, significa che hanno qualcosa da nascondere”
  • “Chissà cosa c’è dietro”

 

 

Tutti pensieri legittimi che l’industria non prevede e non considera, trincerandosi dietro la consapevolezza di fare un lavoro eccellente e attento all’esigenza di essere la fonte di un nutrimento sano, controllato e accessibile.

Purtroppo la realtà è che nessuna notizia del settore avicolo che riguarda la qualità del proprio lavoro arriva alle persone che acquistano il pollo nella grande distribuzione…  le quali ricevono solo le notizie terrificanti costruite dagli attivisti anti allevamenti, che hanno un forte potere demolitore degli spot oggettivamente banali e superficiali prodotti e trasmessi invece dall’industria avicola.

Si tratta di un evidente conflitto sbilanciato a favore degli attivisti che, un passo alla volta sono arrivati di recente (da febbraio 2024 in poi) a produrre e diffondere addirittura un film/documento presentato anche a Bruxelles, e poi nei cinema, a discredito di tutte le filiere della carne.

Non reagire e neppure agire porta l’industria avicola anche a sottovalutare quanti siano i consumatori che potrebbero acquistare prodotti a base di pollame, ma che non lo fanno o che smettono di farlo perché sono colpiti dalle fake degli attivisti. I numeri di cui il comparto “si accontenta” sono infatti solo quelli di chi acquista, ma non di chi non lo fa.

Questa visione del comparto, oggettivamente limitata, si è recentemente confermata nei recenti incontri a livello mondiale dove, il comparto, appare scegliere di interrogarsi su cosa mangerà la Generazione Z tra 10 anni. Punto di osservazione legittimo che conferma tuttavia un modello da un lato pensato per stimolare gli operatori verso chissà quali scelte strategiche (tutte da pensare), ma che dall’altro dimostra di non considerare un punto fondamentale: la generazione Z di oggi e quella che ci sarà tra 10 anni, come sempre, orienterà la propria dieta basandosi sulle informazioni che saranno in grado di raggiungerla… che per ora sono solo quelle degli attivisti anti allevamenti, tra l’altro molto ben finanziati da lobby con interessi collegabili ad altri tipi di industria.

I miei blog anti fake sono invece seguiti da alcune migliaia di persone distribuite in tutto il mondo, sono strumenti capaci di affiancare il comparto nella tutela della reputazione dell’intera filiera che opera in modo serio e professionale, come risposta per bilanciare e ricostruire la reputazione dell’industria e di tutta la filiera.

 

La sostenibilità nel mondo avicolo: i video che la dimostrano

Ma come dovrebbe e non dovrebbe essere la comunicazione del settore avicolo?

  • le aziende dovrebbero investire meno in advertising artificiosi e inefficaci servizi giornalistici preparati a tavolino o appoggiandosi ad attori scelti in base alla loro notorietà e simpatia …
  • le informazioni trasmesse dovrebbero semplicemente illustrare tutte le attenzioni messe in opera dagli allevatori seri (che sono la gran parte) il cui interesse è garantire lo sviluppo di animali sani …
  • la narrazione dovrebbe essere trasparente nel descrivere la filiera avicola, dall’uovo al petto di pollo in vaschetta e mostrare in cosa consiste l’avicoltura seria … e soprattutto la sua funzione sociale di fornire proteine sane e diffusamente accessibili.

Seguendo queste semplici regole di correttezza (che dovrebbero far parte del marketing) cesserebbero gli allarmismi fomentati dalle organizzazioni ambientaliste e animaliste che sono fra le cause primarie della perdita di credibilità del comparto avicolo. Perdita che corrisponde certamente anche a perdite economiche, che sono poi quelle che -al netto di ogni considerazione etica- dovrebbero rendere sensibile il comparto.

Purtroppo il comparto pare non accorgersi di questo diffuso genere di perdita e si accontenta di registrare l’incremento di vendite che, detta così, potrebbe sembrare positivo per chi guarda alla quotidianità dei numeri… ma il rischio, neppure tanto remoto per chi osservasse il comparto da un punto di vista laterale, è che si verifichino incidenti a catena che potrebbero essere “cavalcati e strumentalizzati facilmente dai detrattori del comparto che saprebbero usarli per premere l’acceleratore sulla demonizzazione del settore”.

Questi incidenti, usando una metafora, potremmo paragonarli agli eventi sismici: le crisi reputazionali sono infatti dei terremoti per chiunque, persone o aziende che siano.

Ai terremoti si resiste solo se chi ne è vittima ha costruito la propria attività come un edificio antisismico.

In caso contrario, un terremoto reputazionale può far crollare anche l’azienda più grande.

Soprattutto perché, spesso, i terremoti che si manifestano come crisi reputazionali arrivano amplificati anche dai media.

Sembra che le persone, tutti noi, acquistino dei prodotti. In realtà i prodotti vengono acquistati
sulla base di asset intangibili, ma molto influenti e sempre abbinati al prodotto, certo anche in modo irrazionale, ma inevitabile, come la fiducia, la reputazione, la simpatia verso il brand, la conoscenza… e migliaia di altre variabili che nel corso della vita dell’azienda e della persona cliente si formano e si modificano in relazione al quotidiano. Si chiama posizionamento.

Quando va tutto bene nessuno fa alcuna riflessione sul buon andamento di produzione e consumi.

Ma può arrivare il cosiddetto cigno nero, un evento inatteso che può appunto generare un terremoto.

Se era prevedibile l’azienda dovrebbe avere previsto come affrontarlo, ma un buon piano di prevenzione delle crisi (terremoti) dovrebbe prevedere anche gli eventi improbabili, ma possibili.

Considerare un buon andamento come una propria comfort zone rischia invece di generare perdite anche molto grandi.

Concentrarsi sul business senza considerare cosa accade durante la creazione del proprio business è una scelta azzardata, fatta magari per portare a casa qualche margine extra ma che può far perdere milioni domani mattina.

In Italia e in Europa, succede che chi avrebbe contenuti reali e argomentati da trasmettere, decide di non raccontarsi (o se lo fa lo fa malissimo) o addirittura “evita di farsi trovare” se non dai cacciatori di budget pubblicitari …

Scelte incomprensibili che creano un terreno fertilissimo per chi intende seminare -nella mente del “consumatore non vegetariano” e di quello sensibile al dubbio sulla sua dieta- l’idea che il loro cibo è sbagliato oltre che fonte di tormenti per gli animali e causa di disastri ambientali.

Tutto questo nonostante l’innovazione nel settore avicolo sia, nei fatti, costantemente rivolta a garantire il benessere degli animali allevati e a sviluppare continue ricerche per ridurre significativamente l’uso di acqua, terreni agricoli, elettricità, gas naturali e altre risorse preziose.

Il mio approccio per venire in soccorso del settore è quello di cercare o creare e poi diffondere contenuti altrimenti assenti o difficilmente raggiungibili dal consumatore.

Non riuscendo a trovare in Italia documentazioni e video di qualità con descrizioni esaurienti, chiare e comprensibili per documentare la realtà, ho allora esteso le mie ricerche oltreoceano.

L’ho fatto sapendo che le tecniche di allevamento, con poche eccezioni e differenze spesso legate solo al clima e alla logistica collegata al territorio, sono ormai praticamente identiche ovunque.

Ed è in America (sigh!) che ho trovato quello che manca in Italia e in Europa in tema di informazione.

In America si segue infatti la via della pubblicazione trasparente, curata, completa e facilmente comprensibile anche ad un pubblico non addetto ai lavori … con il risultato che quanti “si addestrano” come haters (che sono ovunque) nei confronti degli allevamenti avicoli, trovano pochissimi spunti per agitare i loro anatemi.

I loro strumenti di disinformazione risultano spuntati sul nascere, le loro battaglie non attecchiscono se non in coloro che comunque han deciso a priori di nutrirsi solo di “vegetali” pretendendo che lo facciano anche altri.

Ho trovato filmati di qualità, alcuni realizzati addirittura con tecniche 3D a 360°, di cui più sotto allego i link perché illustrano la sostenibilità e la gestione ambientale che le aziende determinano utilizzando tecnologie innovative e pratiche agricole sostenibili, ormai essenziali per gestire un moderno allevamento.

Fra le soluzioni illustrate dai video vale la pena riassumerne alcune che potrete osservare nei filmati:

  • Installazione di pannelli solari
  • Illuminazione a LED, che produce un risparmio energetico del 20-30%
  • Utilizzo dei rifiuti provenienti dal pollame come fertilizzante
  • Costante monitoraggio dei livelli di ammoniaca nel capannone
  • Risparmio di acqua tramite il sistema di abbeveraggio “a tettarella” che fornisce acqua pulita, e costantemente igienizzata, solo su stimolo dell’animale
  • Ventole e sistemi di raffreddamento per far circolare l’aria e l’acqua e generare un raffreddamento efficiente nel capannone
  • Predisposizione di aree per concentrare i detriti da destinare alla produzione di compost
  • Allestimento di “tamponi verdi”, che assorbono il deflusso e i nutrienti da far assorbire alle piante collocate intorno ai capannoni

Ed ecco i link ad alcuni dei video più interessanti:

Cosa significa sostenibilità per gli allevatori di polli video: https://youtu.be/5H_VGdHqg-s

Un tour virtuale a 360° in un allevamento di polli: https://youtu.be/POX7uC4AW6o

…e poi resta il mio invito a navigare in questo blog.

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Autore: Staff