Il ruolo degli errori dichiarati: perché la perfezione non convince nessuno

Nella comunicazione sul cibo, la perfezione è spesso usata come scudo: “tutto è controllato”, “tutto è sicuro”, “non ci sono problemi”. Ma il pubblico non crede alla perfezione. Questo articolo spiega perché dichiarare un errore, quando c’è, non è suicida: è l’unico modo per essere credibili.

Perché il settore teme gli errori

Perché pensa che:

  • ammettere un problema significhi ammettere incompetenza
  • un caso isolato venga percepito come sistema
  • la reputazione sia fragilissima

Ma il risultato è peggiore: quando non si ammette nulla, il pubblico pensa che si stia nascondendo tutto.

Perché il pubblico non crede ai messaggi “perfetti”

Perché la perfezione non esiste. E quando un settore dice “non sbagliamo mai”, il consumatore conclude: “allora non mi stai dicendo la verità”.

L’errore dichiarato è un segnale di maturità

Ammettere un errore significa:

  • riconoscere la complessità
  • mostrare responsabilità
  • distinguere tra caso e sistema
  • dimostrare che esistono controlli che funzionano

Un settore che non dichiara mai nulla sembra un settore che non controlla nulla.

Come orientarsi, quindi, da consumatore

Le domande utili da farsi:

  • Mi stanno raccontando anche ciò che non funziona?
  • Mi spiegano come si corregge un errore?
  • Distinguono tra incidente e pratica?

Se mancano queste tre cose, non è comunicazione: è cosmetica.

La credibilità infatti non nasce dall’assenza di errori, ma dalla loro gestione. Un settore che non sbaglia mai non esiste. Un settore che spiega come corregge gli errori, invece, può essere più credibile.

E questo è l’obiettivo che ci siamo dati con www.moreaboutchicken.com e www.nutriamocidibuonsenso.it

Pietro Greppi

consulente per l’etica in comunicazione – mediatore culturale fra chi produce e chi consuma.

La distanza emotiva tra allevamento e frigorifero: perché giudichiamo ciò che non vediamo

Il consumatore vive il pollo in un solo momento: quando lo compra o lo cucina. Ma giudica tutto ciò che viene prima: allevamento, trasporto, macellazione, filiera. Questa distanza emotiva è uno dei problemi più grandi nella comunicazione sul pollo.

Il consumatore vede il prodotto, non il processo

Il pollo arriva:

  • pulito
  • confezionato
  • porzionato
  • anonimo

Eppure dietro ci sono mesi di lavoro, decisioni, controlli, variabilità. Quando il processo è invisibile, l’immaginazione lo riempie.

Perché la distanza genera diffidenza

Perché ciò che non si vede:

  • sembra più rischioso
  • sembra più manipolato
  • sembra più “nascosto”
  • sembra più lontano dalla propria esperienza

La mente umana non ama i vuoti: li riempie con ciò che teme.

Il settore comunica nel punto sbagliato

Comunica quasi solo:

  • nel punto vendita
  • sul packaging
  • con claim
  • con immagini rassicuranti

Ma comunicare sul punto vendita è troppo tardi o, perlomeno, è carente di tutta la fase precedente: la fiducia si costruisce prima, non mentre si sceglie cosa mettere nel carrello.

Come orientarsi da consumatore

Ecco alcuni strumenti utili per orientarsi:

  • Cerca spiegazioni, non immagini
  • Diffida dei messaggi che arrivano solo al supermercato
  • Ricorda che un processo complesso non può essere raccontato con uno slogan

La distanza tra allevamento e frigorifero non è colpa del consumatore. È un vuoto comunicativo. E quando un vuoto non viene riempito da spiegazioni, viene riempito da paure. Sottolineiamo che le spiegazioni non sono quelle trasmesse dai classici spot che in 30 secondi pretendono di costruire una reputazione che dovrebbe essere costruita nel tempo e con costanza.

E questo è l’obiettivo che ci siamo dati con www.moreaboutchicken.com e www.nutriamocidibuonsenso.it

Pietro Greppi

consulente per l’etica in comunicazione – mediatore culturale fra chi produce e chi consuma.

 

 

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Autore: Nbs