Polli a crescita lenta: una battaglia per gli animali o per la propria coscienza?

C’è qualcosa che continua a lasciarmi perplesso nel dibattito sull’allevamento avicolo che discuto da anni su questo blog.

Molte campagne di sensibilizzazione concentrano costantemente l’attenzione sulla velocità di crescita dei polli, contrapponendo gli allevamenti a “rapida crescita” a quelli a “lenta crescita”. La questione viene spesso presentata come uno spartiacque etico fondamentale, quasi fosse qui che si gioca il destino morale della produzione avicola.

Eppure c’è una domanda che raramente viene posta.

Se si ritiene moralmente inaccettabile che un animale venga allevato per l’alimentazione umana, perché la battaglia principale non riguarda questo aspetto, ma il fatto che venga allevato qualche settimana in più?

Detto in modo ancora più diretto: se l’obiettivo è evitare la morte dell’animale, chiedere che avvenga più tardi non equivale forse a discutere la data dell’evento anziché la sua esistenza?

Nessun pollo destinato alla produzione di carne nasce per caso. Nasce perché esiste una domanda di mercato. Nasce perché milioni di persone scelgono di acquistare carne di pollo. Se questa domanda non esistesse, la grande maggioranza di questi animali semplicemente non verrebbe allevata.

È una realtà che può piacere o non piacere, ma è difficile contestarla.

Per questo motivo trovo curioso che alcune campagne presentino il tema della crescita lenta come se fosse la risposta etica decisiva a una questione molto più complessa.

Naturalmente gli allevamenti a crescita più lenta esistono e diverse aziende hanno scelto di adottarli proprio per rispondere alle richieste di una parte dei consumatori. È una scelta legittima, che comporta tempi maggiori, costi maggiori, maggiore occupazione di strutture e, inevitabilmente, prezzi più elevati.

Ma ciò che merita una riflessione è altro. Quando una persona ritiene accettabile consumare carne di pollo, ma considera scandaloso che l’animale raggiunga il peso di macellazione in tempi più brevi, quale principio etico sta realmente difendendo? Sta contestando l’uccisione dell’animale o soltanto il calendario con cui essa avviene? Perché le due cose non sono la stessa cosa.

A volte il dibattito pubblico sembra costruire una sorta di zona di conforto morale: non si mette in discussione il consumo di carne, non si mette in discussione la macellazione, non si mette in discussione l’esistenza stessa della filiera. Si concentra invece l’attenzione su alcuni elementi simbolici, più semplici da comunicare e più efficaci dal punto di vista emotivo.

Il rischio è che si finisca per discutere delle lancette dell’orologio dimenticando di parlare dell’orologio. Ognuno è libero di essere vegetariano, vegano oppure consumatore di carne. Sono scelte personali che meritano rispetto.

Meno comprensibile appare invece una posizione intermedia che non contesta il fatto che l’animale venga allevato per la produzione alimentare, ma considera moralmente decisivo che ciò avvenga dieci o venti giorni prima o dopo. È una domanda scomoda, ma necessaria: ogni volta che il dibattito si concentra esclusivamente sulla velocità di crescita, senza affrontare la questione di fondo, si corre il rischio di alimentare una narrazione che tranquillizza le coscienze molto più di quanto chiarisca la realtà. La vera questione, infatti, non è se un pollo venga macellato dopo 35, 50 o 70 … giorni, ma è decidere se si ritenga legittimo o meno allevare animali per l’alimentazione umana.

Tutto il resto rischia di essere una discussione sulle modalità, presentata però come se fosse una discussione sui principi.

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Autore: Nbs