Ogni volta che si verifica un focolaio alimentare, la discussione pubblica sembra seguire un copione ormai consolidato. Si individua un responsabile, si costruisce una narrazione semplice e si offre al lettore una conclusione rassicurante: il problema è stato trovato.
Negli ultimi tempi l’attenzione si è concentrata ancora una volta sul settore avicolo. Alcuni studi hanno evidenziato come la crescita dell’allevamento industriale abbia favorito la diffusione e l’adattamento di batteri come il Campylobacter, uno dei principali agenti responsabili delle gastroenteriti di origine alimentare.
È una notizia? Certamente sì.
È una scoperta sorprendente? Molto meno.
Se nel mondo alleviamo oggi decine di miliardi di polli, un numero enormemente superiore a quello esistente solo pochi decenni fa, è inevitabile che anche i microrganismi che convivono con tali specie trovino una nicchia ecologica più ampia. Sarebbe come sorprendersi del fatto che l’aumento del traffico automobilistico comporti un aumento delle occasioni di incidente: la relazione esiste, ma da sola non basta a spiegare il fenomeno.
Questo non significa minimizzare il problema. Significa collocarlo nella giusta prospettiva.
Campylobacter è un batterio ampiamente diffuso in natura, presente negli animali selvatici e domestici, caratterizzato da una capacità di diffusione estremamente elevata. La sua completa eradicazione non è realisticamente perseguibile. L’obiettivo della sanità veterinaria, infatti, non è eliminare ogni presenza del microrganismo, ma ridurne il più possibile la diffusione e soprattutto l’impatto sulla salute pubblica attraverso controlli lungo tutta la filiera.
Questo aspetto viene spesso trascurato nel dibattito pubblico.
Quando si parla di sicurezza alimentare, infatti, l’impressione è che alcuni rischi ricevano un’attenzione enorme mentre altri rimangano quasi invisibili. Eppure i patogeni non hanno ideologie.
Salmonella, Escherichia coli produttori di tossina Shiga e Listeria monocytogenes possono essere associati sia agli alimenti di origine animale sia a quelli di origine vegetale. Negli ultimi anni le autorità sanitarie europee e internazionali hanno monitorato numerosi episodi legati a verdure pronte al consumo, insalate, ortaggi freschi e soprattutto germogli consumati crudi.
In questo caso il rischio microbiologico presenta caratteristiche particolari. Le condizioni necessarie alla germinazione dei semi, cioè umidità elevata e temperature miti, possono favorire anche la moltiplicazione dei batteri patogeni. Se il seme è contaminato all’origine, il semplice lavaggio può non essere sufficiente a eliminare il problema.
Eppure sarebbe sbagliato utilizzare questi dati per affermare che i vegetali siano alimenti pericolosi.
Sarebbe lo stesso errore che si commette quando un singolo studio diventa il pretesto per descrivere l’intero comparto zootecnico come una minaccia permanente.
La sicurezza alimentare è una materia più complessa delle contrapposizioni che spesso dominano il confronto pubblico. Non esistono alimenti completamente privi di rischio. Esistono invece filiere più o meno controllate, comportamenti più o meno corretti, sistemi di monitoraggio più o meno efficaci e consumatori più o meno informati.
È anche grazie all’evoluzione dei controlli, della microbiologia veterinaria, della sorveglianza epidemiologica e delle procedure di autocontrollo se oggi siamo in grado di individuare contaminazioni che in passato sarebbero passate inosservate.
Per questo la domanda più utile non è se un settore produttivo sia “buono” o “cattivo”.
La domanda dovrebbe essere un’altra: stiamo raccontando i rischi in modo equilibrato?
Un’informazione realmente utile al cittadino non seleziona soltanto i fatti che confermano una determinata visione del mondo. Cerca invece di rappresentare la complessità, riconoscendo sia i problemi sia gli strumenti messi in campo per affrontarli.
Gli allevamenti avicoli hanno certamente aperto interrogativi importanti sul rapporto tra intensificazione produttiva, benessere animale e gestione sanitaria. Ma hanno anche garantito l’accesso a proteine di elevato valore biologico a costi sostenibili per milioni di persone e rappresentano oggi una delle filiere alimentari più controllate sotto il profilo veterinario.
Raccontare soltanto uno di questi aspetti significa offrire al lettore una verità incompleta.
E una verità incompleta, soprattutto quando si parla di cibo e salute, rischia di diventare una forma di disinformazione tanto quanto una notizia falsa.
Ed è anche su questo che questo blog è impegnato da anni.