Ho letto con attenzione le sintesi che il settore avicolo ha diffuso in seguito agli ultimi incontri nazionali e internazionali. Parliamo di numeri solidi, con un fatturato di filiera che tocca i 9,7 miliardi di euro, consumi in aumento che raggiungono il massimo storico di 22,47 kg pro-capite e il sigillo scientifico della SINU sull’eccellenza proteica delle carni bianche.
A questo si aggiunge una penetrazione delle uova nelle famiglie che dà soddisfazione a tutta la filiera. Da amico del settore, prendo volentieri questi risultati come punto di partenza per aggiungere qualche riflessione che ritengo utile. Nessuna critica sterile quindi, bensì un invito pratico a non adagiarsi sui risultati del momento.
Riconoscere i meriti è il primo passo. Infatti è nei periodi favorevoli che si accumulano fragilità meno visibili: manutenzioni rimandate, aggiornamenti di biosicurezza procrastinati, formazione ridotta. Queste sono le crepe che, in caso di shock, si allargano.
Quando i consumi crescono, quando il fatturato sale e quando la filiera mostra segnali di vitalità, è sempre giusto festeggiare e valorizzare il lavoro di allevatori, tecnici, operatori di macellazione, logistica e vendita.
Ma i numeri sono lo specchio del presente, non una garanzia per il futuro. La storia del settore avicolo insegna che i periodi favorevoli sono quelli in cui si possono più facilmente sottovalutare i rischi latenti.
Ed è lì che intendo puntare l’attenzione, con tono amichevole e costruttivo. Perché i buoni numeri possono ingannare, e un anno positivo crea due tentazioni pericolose da cui guardarsi:
Le crisi non arrivano sempre come eventi catastrofici improvvisi: spesso sono il risultato di accumuli di fragilità che si manifestano quando meno ce lo aspettiamo.
Quali sono le vulnerabilità concrete da tenere d’occhio? Non parlo di scenari apocalittici, ma di rischi concreti e gestibili con pragmatismo, come ritengo debba fare un attento osservatore della filiera che intende proteggerne la reputazione. Per questo lo faccio anche adesso indicando le vulnerabilità su cui fare attenzione:
Biosicurezza e malattie emergenti: le ondate di influenza aviaria e altre patologie non sono un ricordo: la loro ricorrenza impone protocolli aggiornati, esercitazioni e risorse pronte all’uso. Come dimostrano le recenti dinamiche europee, bastano piccoli focolai imprevisti nei riproduttori per creare colli di bottiglia e destabilizzare la disponibilità di prodotto al dettaglio a mesi di distanza. Avere piani di contenimento e risposte rapide è un investimento, non un costo.
Salute pubblica e resistenze antimicrobiche: la diminuzione del 96% nell’utilizzo di antibiotici negli allevamenti nell’ultimo decennio è un risultato straordinario da difendere. La sorveglianza continua e la condivisione dei dati tra aziende e istituzioni rimangono essenziali per mantenere questo vantaggio e prevenire problemi di reputazione.
Dipendenza commerciale: una forte esposizione a pochi grandi canali di vendita può comprimere margini e aumentare la vulnerabilità a cambiamenti contrattuali o di preferenze dei consumatori. Diversificare canali e prodotti è strategico.
Volatilità degli input: mangimi, energia e trasporti possono subire impennate di prezzo a causa delle instabilità geopolitiche globali; avere strumenti finanziari e piani di copertura aiuta a non trasformare un anno buono in un anno di stress.
Comunicazione e reputazione: anche piccoli segnali negativi, se non gestiti con trasparenza, possono amplificarsi sui media e sui social. Preparare messaggi chiari e proattivi è parte della gestione del rischio.
Se l’obiettivo è consolidare i risultati e trasformarli in resilienza, propongo alcune azioni concrete che si possono promuovere senza creare frizioni e anzi rafforzando il ruolo di Unaitalia e degli attori del settore:
Costituire un tavolo permanente di resilienza settoriale. Un luogo tecnico e operativo, con rappresentanti di associazioni, istituti zooprofilattici, ISMEA e Ministero, per aggiornare protocolli di biosicurezza, condividere best practice e coordinare esercitazioni.
Costituire strumenti finanziari per la gestione degli shock. Linee di credito dedicate o un fondo di stabilizzazione che permetta alle aziende di affrontare focolai o impennate dei costi senza dover smantellare investimenti strategici.
Organizzare una piattaforma condivisa di sorveglianza AMR e sicurezza alimentare. Standard comuni per la raccolta dati e dashboard di allerta precoce che mettano in rete aziende e istituzioni, rendendo la sorveglianza più rapida ed efficace.
Rinnovare programmi di formazione continua. Non solo su aspetti tecnici, ma anche sulla gestione di crisi, comunicazione e sostenibilità; la formazione va vista come parte integrante della competitività e della prevenzione.
Studiare e sottoporre incentivi alla diversificazione commerciale e all’innovazione. Progetti pilota su prodotti a valore aggiunto, tracciabilità digitale e packaging sostenibile per ridurre la pressione sui prezzi commodity.
Attivare una comunicazione proattiva e trasparente. Raccontare i progressi su benessere animale, tracciabilità e riduzione antibiotici prima che lo facciano altri, costruendo fiducia nel consumatore con ampie informazioni.
I numeri descritti dal comparto sono un patrimonio e vanno auspicabilmente usati come leva per rafforzare la filiera e non certo come “spunto” per fermarsi. La vera forza di una filiera non è solo crescere quando il mercato è favorevole, ma saper trasformare quei guadagni in resilienza: investimenti in biosicurezza, sorveglianza, formazione e strumenti finanziari che proteggano da imprevisti.
Pietro Greppi – consulente per l’etica in comunicazione – mediatore culturale fra chi produce e chi consuma.